L’invasione Turca Di Otranto

Dopo la conquista dell’Impero Bizantino il sultano turco Maometto II indirizzò le proprie mire verso l’Italia con l’ambizioso disegno di portare i propri cavalli in San Pietro.

Così, complice Venezia che cercava di distogliere il re di Napoli dalla campagna intrapresa contro Firenze – alleata della Serenissima, allestì una poderosa flotta che partì dalle sponde Albanesi dell’Adriatico.

La mattina del 28 luglio 1480 una terribile vista si presentò agli occhi delle vedette Ottantine. Una flotta fatta di 150 galere con 18.000 uomini a bordo.
In realtà pare che la vera meta non fosse Otranto ma Brindisi che rappresentava una realtà molto più sviluppata ed una meta più ambiziosa ma probabilmente venti contrari o cambi di programma dell’ultimo momento spinsero Achmet Pascià (il condottiero dell’armata) a virare verso la città idruntina.

La flotta sbarcò a pochi km a nord di Otranto nella baia il cui nome ancora oggi ricorda l’avvenimento (baia dei Turchi) e da lì mosse i primi passi verso la città.
Fatta razzia del borgo fuori le mura Achmet Pascià cinse d’assedio Otranto.
Prima però propose ai cittadini una resa a condizioni molto vantaggiose ma che il consiglio dei vecchi della città rifiutò.

Lo smacco ricevuto levò le ire di Achmet Pascià che fece rovesciare sulla città un innumerevole numero di bombarde (ancora oggi camminando per i vicoli del centro storico è facile imbattersi in queste palle di pietra).

La difesa della città era affidata ai soli cittadini fatta per lo più da contadini e pescatori.
Infatti i soldati del Re spaventati dagli avvenimenti, nella notte si calarono con funi dalle mura cittadine  e si diedero alla fuga.

Nel frattempo gli otrantini mandarono un emissario ad avvertire il Re del pericolo incombente sulla città e speranzosi in un suo pronto intervento si dedicarono alla lotta contro l’aggressore.
In realtà il Re di Napoli sottovalutò il pericolo distratto tra l’altro dalle mire espansionistiche verso Firenze.
I cittadini si trovarono soli a difendere la propria città illusi da un aiuto che non sarebbe mai arrivato.

Dopo un eroica resistenza durata due settimane l’armata turca riuscì ad aprire un varco tra le mura della città e da li si riversò nel centro.
I narratori dell’epoca parlarono di razzie e crudeltà indicibili, il turco trafiggeva ogni cittadino che incontrava per le strade.
Le vie erano inondate da sangue e coperte da corpi martoriati. Il turco arrivò quindi nella cattedrale dove l’arcivescovo Stefano Pendinelli stava celebrando una messa e con un colpo di scimitarra lo decapitò.
Ma Achmet Pascià non fu pago del sangue fatto versare e il 14 agosto fece portare sul colle della Minerva, poco fuori della città, 800 cittadini maschi dai 15 anni in poi.
Qui impose loro la conversione all’islam pena la morte. Portavoce degli Otrantini fu Antonio Pezzulla (poi detto il Primaldo) che dichiarò l’attaccamento alla religione dei propri cittadini e della volontà di preferire la morte al rinnegare il proprio credo.
Achmet Pascià ordinò quindi la decapitazione degli 800.

La leggenda vuole che primo a passare per la spada turca fu proprio il Primaldo ma il cui corpo, pur privo di testa, rimase in piedi, malgrado i maldestri tentavi turchi, fino a che anche l’eccidio non avesse avuto termine.

I corpi degli ottocento rimasero sul colle per un anno allorquando su sollecitazione del Papa venne allestito un esercito che, complice la contemporanea morte del sultano Maometto II che portò a distogliere l’attenzione dell’Impero Turco da Otranto, riuscì a liberare la città.
Anche qui narra la leggenda che i liberatori trovarono i corpi degli ottocento incorrotti e sul volto serenità e sorriso.

La storiografia ufficiale ha spesso ignorato l’eccidio di Otranto ma quell’avvenimento va vissuto almeno pari alla storica battaglia di Lepanto sui Musulmani.

La città è nota ai più come meta per le vacanze alla ricerca di appartamenti Otranto e di hotel Otranto, ma la sua storia è ancor oggi intrisa di quell’avvenimento tragico che i suoi cittadini custodiscono nella memoria collettiva.
Non è raro incontrare un abitante della città che di nome faccia Martire.

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